Come una volta mi darai la mano

Carissimo Don Salvatore,

quando mio fratello Carmine per telefono mi comunicò
che l’esame istologico era risultato positivo per un cancro
al colon (lo avrebbe portato in breve alla morte), ci fu un
momento di silenzio, poi mi venne di dirgli “Non siamo
migliori degli altri!”. Forse non fu una risposta carina, ma
volevo dirgli “noi non siamo privilegiati, viene anche il
nostro turno in questa lotta al cancro dove cadono in
tanti!”. È la stessa cosa che ho pensato quando Don
Antonio Fucci stamattina, alle 7.45, mi ha comunicato che
eri partito nella notte per un arresto cardiaco. Noi preti,
uomini come tutti, impastati nella storia, ad alto rischio
di contagio (in tutti i sensi), non siamo esenti dal dramma
di questi giorni e, in vita e in morte, facciamo compagnia,
come viandanti, ai nostri parrocchiani. Riposa in pace,
Salvatore, mite e festoso, ti venga incontro Gesù, nostro
Signore, per il quale abbiamo dato la vita.
Entrando in Diocesi, tre anni fa, ti ho trovato “libero
battitore”, prete sempre disponibile alle richieste di
sostituzione dei tuoi confratelli, presbitero delle
comunità neocatecumenali di San Ciro, predicatore
itinerante in diocesi, sempre con il sorriso aperto, pronto
alla battuta, esuberante di gioia nonostante i tre infarti e
le altre patologie che facevano di te un miracolo vivente.
L’anno scorso mi hai manifestato il desiderio di occuparti
nuovamente di una parrocchia e solo da qualche mese eri
alla guida della Parrocchia di Tavernola San Felice di
Aiello: “Posso ancora fare del bene per il tempo che mi
rimane!” mi dicesti. Grazie, don Salvatore, per la tua
umanità, per i tuoi trascorsi da laico di cui si favoleggiava
a mensa, per le tue barzellette, per l’amore al vino e alla
convivialità, per il coraggio che avesti quarant’anni fa di
lasciare la tua ragazza per dare una svolta alla vita
seguendo Gesù che ti apriva altri orizzonti, orizzonti alti.
Il tuo sogno nel cassetto era diventare Cappellano
militare, sentivi il fascino della divisa, era un richiamo
del sangue…, con Mons. Forte si ripiegò per la
cappellania dell’Ospedale: anche quello era un fronte.
Me ne parlasti nell’ultimo pranzo qui in episcopio. Tutti
abbiamo avuto dei sogni irrealizzati, forse non erano per
il nostro bene? Oggi certamente ne ridi con quella risata
fragorosa che diventava contagiosa: “tutto concorre al
bene per coloro che amano Dio”.
Riposerai nella cappella di famiglia, nel cimitero di
Cesinali, accanto alla tua mamma, come avevi
desiderato. “E il cuore quando d’un ultimo battito/ avrà
fatto cadere il muro d’ombra,/ per condurmi, Madre,
sino al Signore,/ come una volta mi darai la mano.”
Ricordi i versi di Ungaretti nella poesia “La Madre” del
1930? Il poeta immagina la morte come un tornare
bambino con una mano che lo prende e lo conduce. “In
ginocchio, decisa,/ sarai una statua davanti all’Eterno,/
come già ti vedeva/ quando eri ancora in vita.” La
mamma non si è stancata di pregare per il figlio, si pone,
si frappone tra lui e Dio in un’opera di intercessione, di
raccomandazione come sanno fare le madri del Sud, le
nostre, che passavano da un lutto all’altro senza battere
ciglio, con le mani consumate dal lavoro e dai rosari, con
gli occhi sempre lucidi di pianto, belle nel sacerdozio che
la Chiesa ci ha donato, ma che abbiamo imparato da loro.
“E solo quando m’avrà perdonato,/ ti verrà desiderio di
guardarmi./ Ricorderai d’avermi atteso tanto,/ e avrai
negli occhi un rapido sospiro”. “Finalmente sei tornato!”
ti ha detto tua madre con lo stesso accento di
preoccupazione con cui salutava, sul far della sera, il tuo
rientro sempre ritardatario dai giochi. Forse, Salvatore, la
nostra vita, quella terrena, è tutta inscritta nei giorni di
sole della nostra infanzia, il resto un prologo inglorioso
sotto la bandiera della Croce. “E avrai negli occhi un
rapido sospiro” chiude Ungaretti con una zoomata sul
volto, negli occhi della Madre in cui passa un sospiro che
dice “Finalmente!”.
Quello che il poeta dice della Madre noi lo sentiamo vero
anche per Maria, la Madre del Signore, l’unica donna
della nostra vita, Lei ti ha fatto compagnia nelle ultime
ore, ha sostituito la Chiesa, ti ha fatto una carezza mentre
il cuore, già terremotato, cedeva… Lei ti ha preso per
mano come faceva tua madre con la tua mano bambina.
Riposa in pace, Salvatore, verrò al cimitero per benedire
la tua salma già stamattina e lo farò a nome dei tuoi
confratelli. In questi giorni di peste, tra la morte e la
sepoltura ci sono solo poche ore, non c’è spazio per le
lacrime. Dicono che sono anch’esse contagiose. Ma se ci
tolgono pure le lacrime cosa ci resta? Tu ridi di tutto
questo, sei già altrove, nella Luce e nell’abbraccio di Gesù
tuo Redentore. Mi guardi e mi dici: Eccellenza, “che
importa? Tutto è Grazia!”
Ti benedico. Tu benedici il tuo vescovo e i tuoi confratelli.

+ Arturo Aiello

Avellino, 2 Aprile 2020